L’obbedienza a ogni costo? Una riflessione estiva su coscienza civile e responsabilità

 

L’estate è piacevole anche per rileggere libri. Ne ho ripresi in mano due. Il primo è di don Lorenzo Milani, L’obbedienza non è più una virtù. L’avevo utilizzato qualche tempo fa per scrivere un pensiero, mi ero ripromesso di rileggerlo in seguito. Così è stato. Propone tra gli altri scritti la lettera che il priore di Barbiana indirizzò, nel 1965, ad alcuni cappellani militari che, in un comunicato della loro associazione, scrivevano di considerare “un insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta ‘obiezione di coscienza’ che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà”. Altri tempi, è vero. Don Milani rivolge alcune stringenti domande ai cappellani, interrogandoli sul significato di patria, di guerra giusta e libro obbedienza milanidi obbedienza. Richiamando la parola dell’apostolo Pietro (“Si deve obbedire agli uomini o a Dio?”) li rimprovera con durezza: “Aspettate a insultarli. Domani forse scoprirete che sono dei profeti…”. Così è stato. Aperta un’inchiesta a suo carico per apologia di reato a seguito di una denuncia, don Milani, prete e maestro, invia una Lettera ai giudici (18 ottobre 1965) nella quale espone, non potendo essere presente al processo perché malato, tutte le sue ragioni. E’ un testo che andrebbe letto e riletto, un utile documento di discussione nella scuola, quella che definisce “l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso di legalità (…), dall’altro la volontà di leggi migliori cioè il senso politico (…)”. Risulterebbe prezioso utilizzarla per dibattere i principi educativi di cui parla anche con i giovani e gli adulti. Soprattutto oggi, in quest’epoca che ricca di opportunità porta con sé anche tante paure. Come quella di non farcela in una società e in un’economia poco accoglienti. Un’epoca ricca che provoca però smarrimento rendendoci più inclini, forse, a dimenticare in un angolo la coscienza critica di cui invece tutti siamo dotatiche tutti rispetto alle ingiustizie, alle menzogne che si ascoltano, ai soprusi, ai giochi di comunicazione che confondono parole e loro significati. Certo, il contesto di oggi è ben diverso da quello vissuto da don Milani, non si va più in carcere per obiezione di coscienza; l’acqua, la luce e la scuola sono arrivate dappertutto e il diritto internazionale ha fatto grandi passi in avanti. I rumori di guerra che in questi giorni provengono dal Mediterraneo, però, sono assordanti e ci rendono tremebondi. Senza titoloRicordano a gran voce che la strada del progresso umano è ancora lunga e tortuosa; rafforzano poi nell’idea – lo scriveva don Milani ai giudici – che “non esiste più una ‘guerra giusta’ né per la Chiesa né per la Costituzione”. “Mai più guerra!”, è l’appello che ha rivolto papa Francesco domenica scorsa. Ha aggiunto: «con particolare fermezza condanno l’uso delle armi chimiche (… ) c’è un giudizio di Dio e della storia alle nostre azioni, a cui non si può sfuggire». Quelle stesse armi chimiche gli italiani le usarono in Etiopia, quasi ottanta anni fa; un fatto che don Milani ricorda ai giudici discutendo sull’obbedienza agli ordini illegittimi. Bisogna allora dare voce alla legge che è scritta nei cuori degli uomini, “quando è l’ora”. E’ il coraggio di affermare, insegnare e testimoniare soprattutto ai giovani – sono parole ancora di don Milani – che “ognuno deve sentirsi responsabile di tutto”, anzi “l’unico responsabile di tutto” per non cadere nella tentazione di tirarsi fuori dal gioco. Una tentazione presente nella società civile e nelle imprese, a scuola e nel lavoro; e non ha età.  E’ anche il pensiero di Pietro Spina, il rivoluzionario personaggio del secondo libro che ho riletto quest’estate, Vino e pane di Ignazio Silone, pubblicato in Italia nel 1955 anche se scritto venti anni prima per un editore tedesco. Dialoga con il suo amico Nunzio, che gli parla a cuore aperto delle illusioni e miserie della vita e della sua provvisorietà, confessandogli uno stato d’animo di attesa pigra e inerte di un cambiamento che non sembra però all’orizzonte. Pietro lo incalza con forza, invitandolo ad agire e dire: “Basta, da oggi”. Nunzio gli replica: “Ma se non c’è libertà?”. Pietro, che perseguitato dal fascismo è costretto a vivere da clandestino, gli risponde: “L’uomo che lotta per ciò che ritiene giusto, è libero. Per contro, si può vivere nel paese più democratico della terra, ma se si è interiormente pigri, ottusi, servili, non si è liberi; malgrado l’assenza di ogni coercizione violenta, si è schiavi. Questo è il male, non bisogna implorare la propria libertà dagli altri. La libertà bisogna prendersela, ognuno la porzione che può”.

Annunci

Territorio: una parola logora? No, per le imprese di senso

Territorio: se ne fa un gran parlare. Politici, amministratori e accademici, soprattutto economisti e imprenditori sottolineano sempre l’importanza di questa straordinaria parola in quello che pensano e dicono. Difficile però assegnarle un significato univoco. Solo il contesto in cui viene utilizzata potrà darci una mano a capirne il senso e le intenzioni di chi l’ha pronunciata. Qualche volta mi è capitato di provare disagio nell’ascoltarla, l’impressione che fosse evocata o scritta come una sorta di lasciapassare, un viatico per legittimare posizioni, proposte, proteste. Quasi per mettere avanti le mani, parandosi così da critiche e obiezioni. Una volta evocato il territorio, non ha bisogno di altre argomentazioni. “Basta la parola”, proclamava lo storico carosello sulla fine degli anni sessanta che promuoveva il confetto Falqui! Qualcuno lo ricorderà. Il territorio diventa così parafulmine e parola per aggirare la discussione di merito. Basta pronunciarla e l’immunità è garantita. Quando invece il suo uso è solo funzionale ad altro. Gianrico Carofiglio saprebbe aiutarci nel comprendere se alla parola corrisponde la realtà. Se territorio abbisogni di una manutenzione attenta, piena di cura, che ne rispetti il suo più sacro significato, le sue sfumature e colori. Perché le parole, quando si usano senza pensarci troppo su o in modo inconsapevole, perdono di significato e sono inghiottite da una realtà che il loro uso distorto ha contribuito a modificare, come cinico esito di un sordo ma efficace processo di manipolazione. Il rischio, infatti, è che la parola si logori e perda, attraverso un uso improprio e maldestro nel tempo, senso e vigore. Che occorre ristabilire, però, restituendo alla parola tradita la consistenza e la forza originarie. Il territorio è un contesto ad alta fertilità, sarebbe un peccato imperdonabile abbandonarlo all’incuria. Sul territorio nascono molti beni. Produce storie, quelle delle persone che hai incontrato nel tempo e che ti accompagneranno sempre, discretamente, nei tuoi percorsi. Genera legami strutturalmente solidi; saranno la più autentica rete di sostegno e di comunione. Alimenta affetti e sentimenti così radicati che ti appariranno come i soli familiari. Nel territorio, poi, prendono forma quei valori da cui non riuscirai più a districarti. Sono invasivi, si faranno sempre sentire anche quando avrai occasione di tradirli, magari per un attimo, per una debolezza. In quel momento ritorneranno più forti, insieme ai volti di chi li ha testimoniati, persone conosciute, amate, rispettate. Il territorio produce senso per noi, per gli altri, anche per chi non avremo mai il tempo di conoscere.

Veniamo alle imprese. I progetti che le fanno nascere e i suoi leader s’intrecciano profondamente con questa parola potente, profumata e ricca di significati. Ne possono costituire un tessuto prezioso se non si lasciano tentare dal solo profitto che incentiva comportamenti opportunistici e di breve periodo, senza anima e radici. Il territorio, però, almeno nella prospettiva che proponiamo, non può fare a meno di un orientamento temporale di lungo periodo. Sopravvive tenacemente all’angustia di trame fondate su scelte strumentali come quelle che possono prendere forma nell’adozione di comportamenti socialmente responsabili perché convenienti. Le imprese e i manager, invece, diventano sale per il territorio quando fondano la loro azione – scrive Bernardo Bortolotti – “sulla convinzione che vi sono limiti morali all’attività economica”. Quando il territorio conosce questa presenza, per molti pietra di scandalo, diventa un terreno straordinario di sviluppo economico, crescita civile, solidarietà e lavoro. Quel lavoro costitutivo ed espressione della persona che manca o che è soltanto sepolto sotto le macerie di un individualismo senza senso. Forse la teoria e la pratica che ammantano elegantemente la corporate social responsibility vanno allora riformulate. Occorre superarle per fondare un’altra economia sostenuta da leadership consapevoli ed etiche. Sono in molti a pensarlo.

Riferimenti
Carofiglio G., La manutenzione delle parole, Rizzoli, 2010
Bortolotti B., Crescere insieme, Editori Laterza, Roma-Bari, 2013

http://www.lavoroperlapersona.it

Ladri di leadership?

lowneyQuelle del periodo pasquale appena trascorso sono state giornate piovose, anche di notizie. Su tutti i fronti. Il succedersi delle consultazioni per trovare una via responsabile alla crisi, il nuovo papa a cui il mondo guarda – soprattutto quello degli ultimi e degli esclusi – con viva speranza, le preoccupazioni per il timore dell’insorgere di un conflitto nella penisola coreana, i consumi che continuano a calare insieme al lavoro, il mondo della musica che perde un cantautore straordinario come Enzo Jannacci, voce di tante storie ai margini. Dimentico tanto altro. Una pioggia di fatti che interessano la politica e la società, la fede e l’economia, il lavoro e l’arte.
Tra le letture che mi hanno accompagnato nei giorni scorsi c’è quella di Chris Lowney, Leader per vocazione, ex gesuita e top manager della J. P. Morgan. Un libro suggeritomi da un amico qualche mese fa. Rovistando sul tavolo mi è capitato tra le mani. Il tempo giusto, ho pensato. Magari anche utile per comprendere lo spirito e i comportamenti di papa Francesco. Un libro, scritto ormai dieci anni fa, per avvicinarsi o approfondire i principi della leadership secondo i gesuiti. Una lettura piena di stimoli per “discernere” nella vita e nell’impegno professionale. Per esempio quello che la leadership non è, o non si esaurisce, nella storia delle grandi personalità, perché ciascuno di noi ha leadership, tutti possiamo essere leader. Così come quello secondo cui la leadership non si consuma in un momento, non è “istantanea”, ma diffusa e presente in ogni aspetto della vita. Insomma, “la leadership nasce da dentro e riguarda tanto ciò che siamo quanto ciò che facciamo”. Riflessioni anche per la pratica. La lettura, per esempio, rafforza la convinzione che la guida non sta solo in alto; che ogni persona può esercitare un ruolo d’influenza importante nel contesto, nelle relazioni e nei ruoli che ricopre. Bisogna però che sia anche messa in condizioni di esprimere la sua leadership. Per questo occorrono ambienti sociali e di lavoro capaci di sprigionare energia, non solo obbedienza e esecuzione delle decisioni. Comando e controllo, da un lato, coinvolgimento e apprendimento continuo, dall’altro. Ogni ambiente, potremmo dire, ha la leadership che si merita. Organizzazioni che fondano il proprio “ordine” solo sul comando non possono avere successo nel lungo periodo, perché scoraggiano e avviliscono le persone. Non ci sarà energia in questi luoghi, né innovazione e voglia di sfide capaci di offrire sempre qualche cosa in più. Quando non aiutiamo le persone a diventare consapevoli del loro valore, perché non accordiamo loro fiducia, per esempio, imprigioniamo la leadership di ciascuno e il patrimonio che rappresenta per l’impresa e per la società. Mentre riflettevo su queste pagine, mi è tornato in mente l’invito rivolto da papa Francesco: “Non fatevi rubare la speranza”. Quante volte sarò stato il “ladro”, mi sono domandato, della speranza di colleghi, collaboratori, famigliari e amici? In quante occasioni l’esercizio della nostra leadership nega quella degli altri mettendole il bavaglio? Forse sta qui il significato più profondo della leadership inclusiva, ossia quel lavoro continuo fatto di testimonianze quotidiane – che colgono tutte le occasioni di leadership che ci sono date, nella società come nel lavoro – per consentire e accettare l’influenza di chi c’è vicino. Non importa quale posizione abbia. E’ come se ciascuno di noi fosse un po’ responsabile anche della leadership del prossimo, non soltanto della propria e non soltanto nelle organizzazioni.

twitter@gabgab58

Viviamo l’epoca dell’oblio dei fini. Per questo scandalizza il gesto delle dimissioni

todorovC’è una cospirazione culturale, sociale e economica che ci lascia immaginare che si possa essere soltanto soggetti desideranti, resistenti a ogni rete di legami. E’ l’epoca delle preferenze, anziché degli obblighi. L’autosufficienza, però, è ingannevole e fuorviante. Pensare di poter fare e disfare relazioni a seconda del nostro piacere, nel momento in cui lo desideriamo e sganciati da ogni rapporto con la storia e con chi verrà dopo di noi, è piuttosto un modo di concepire l’esistenza figlio di una dottrina egocentrica che mette al centro il tornaconto. Tzvetan Todorov la chiamerebbe una “deviazione dello spirito umanista dell’illuminismo” (1) . Oggi, sempre più spesso, prende le sembianze d’idee e modi d’agire da cui traspare con evidenza che ci si vuole liberare da ogni finalità. Perché devo avere legami, perché devo indossare legacci che limitano l’unica verità che riconosco, cioè il mio utile e piacere? Perché dovrei assillare me stesso e gli altri chiedendo di rendere conto delle ragioni di un’attività, interrogarmi sulle sue conseguenze per gli altri, sulle sue finalità? C’è il dominio del fare che dimentica i fini, in tutti i campi. Dalla scienza al management e al lavoro, dall’educazione alla politica. Le energie, semmai, sono indirizzate a far sì che l’attività che faccio, purchè mi arrechi benefici e vantaggi, si mantenga nel tempo, si conservi duratura. E’ normale – pensiamo – che c’è di strano? In questa prospettiva può essere letta, allora, anche l’accurata e creativa scienza con cui numerosi politici – svincolandosi dal porsi queste domande quando per esempio la legittimazione del consenso viene meno – s’inventano “nuove” proposte politiche e aggregazioni. In verità, cercano di mantenere solo il “mezzo” (la poltrona), reso sacro e sciolto dai fini e dai legami. Prendo ancora spunto da un passaggio del volume Lo spirito dell’illuminismo, che in questi giorni sto rileggendo, per condividere il dubbio, con la domanda di Todorov,  che è di molti: “gli uomini (e le donne) scelgono una carriera politica per mettere il potere al servizio di alcuni ideali, o aspirano solamente al potere in quanto tale, avendo come unico orizzonte di conservarlo il più a lungo possibile?”.
dimissioni papaIl mondo nei giorni scorsi si è interrogato sulle ragioni delle inusuali dimissioni di Benedetto XVI dal soglio pontificio. Se rileggiamo le parole con cui il papa, ora emerito, ha comunicato la sua decisione troviamo, però, la motivazione più profonda di questo gesto: “Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato”. Ora, se legggiamo queste parole nel contesto della riflessione proposta, si capisce molto bene perché suonino agli orecchi di tanti come un vero e proprio scandalo, una decisione che ti cade in mezzo ai piedi e ti fa inciampare. Le dimissioni del papa nascono, con semplice umiltà, da una riflessione sulle “finalità” della missione ricevuta. Benedetto XVI fa i conti con la ragione del mandato ricevuto (in questo caso divino, per i credenti), interrogandosi sulla sua capacità di portarlo a termine. Non si sente più in grado di realizzare “bene” la sola ragione per cui è seduto sulla cattedra di Pietro, ossia l’evangelizzazione, l’annuncio del Vangelo a tutte le genti. Lo scandalo sta nel fatto che papa Ratzinger non dimentica i fini del suo “ufficio”, mantiene il giusto distacco con il magistero che gli è stato affidato considerandolo un semplice “mezzo”, che non può divenire a sua volta un fine. Il fine già c’è, viene prima. E’ una decisione “fuori luogo” oggi, perché riafferma la centralità della missione, qualunque essa sia, a servizio degli altri, perché – direbbe ancora Todorov – “la nostra epoca è diventata quella dell’oblio dei fini e della sacralizzazione dei mezzi”.

[1] Tzvetan Todorov, Lo spirito dell’illuminismo, Garzanti, Milano, 2007

Cittadinanza e immigrati: pietra d’inciampo anche per lo sviluppo. Saranno molti i bambini che non accompagneranno i loro genitori a votare

E’ trascorso quasi un anno da quando Roberto Benigni, in occasione della giornata conclusiva delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, ha richiamato alla nostra memoria questo pensiero di Giuseppe Mazzini tratto dai suoi Doveri dell’uomo:

La Patria non è un territorio; il territorio non ne è che la base. La Patria è l’idea che sorge su quello; è il pensiero d’amore, il senso di comunione che stringe in uno tutti i figli di quel territorio. Finché uno solo tra i vostri fratelli non è rappresentato dal proprio voto nello sviluppo della vita nazionale – finché uno solo vegeta ineducato fra gli educati – finché uno solo, capace e voglioso di lavoro, langue, per mancanza di lavoro, nella miseria – voi non avrete la Patria come dovreste averla, la Patria di tutti, la Patria per tutti. 

Il voto, l’educazione, il lavoro sono le tre colonne fondamentali della Nazione; non abbiate posa finché non siano per opera vostra solidamente innalzate”.

Uno scritto di straordinaria attualità che ci consente una riflessione, prendendo spunto dal riferimento al “voto”, sulla questione della partecipazione dei cittadini, sulla sua dimensione e qualità. In verità, per rifarci all’espressione usata da Mazzini, sembra essere una “colonna” logora in più parti e rovinata dall’incuria. Malgrado la partecipazione rappresenti la struttura portante di quel pavimento su cui vive e prospera il benessere di un Paese. Può essere declinata in tanti modi perché ha molte prospettive. Quando c’è partecipazione la società civile, la politica e le istituzioni sono vive, le imprese generano idee, così come le università. Quando ce n’è poca si respira un’aria asfittica. Un po’ dappertutto. Quando viene meno poi, vuol dire che anche la libertà è perduta perchè, canterebbe Giorgio Gaber, “libertà è partecipazione”. Possiamo dire allora che il livello di partecipazione dei cittadini alla https://encrypted-tbn3.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcQFa_VPCECuamI02PAh2Z51Idx6xYev6NuePv6MZ1nXzFjqteUUvita politica, quella delle famiglie e degli studenti all’organizzazione e al funzionamento delle scuole, quella dei lavoratori all’andamento delle imprese individua tre ambiti importanti per misurare la salute e il buono stato di questa “colonna”. Si tratta evidentemente di una valutazione assai complessa da fare. Anche perché ci sono segnali contraddittori in tutti gli ambiti. In generale, però, l’idea è che ci sia davvero molto da fare per rimuovere gli ostacoli, di ordine culturale, economico e sociale, che si frappongono alla piena partecipazione in tutti i campi. Un esempio per tutti può bastare, forse il più significativo.

***

Ricordo molto bene quando da bambino babbo mi portava per mano nei locali delle scuole elementari del mio paese allestite per due giorni in modo inusuale, con transenne di legno e cabine identificate da numeri. Era una domenica come questa, una domenica in cui i cittadini venivano chiamati a esprimere con il voto l’essere parte viva di quella “comunione” che nasce tra i figli di uno stesso territorio. La gente, espletato questo diritto e dovere, si intratteneva poi a chiacchierare a voce bassa –in piccoli gruppi- davanti alle scuole dove anziché il maestro, che ti invitava a entrare perché era tardi, c’erano carabinieri e soldati. Non capivo ancora bene, naturalmente, cosa rappresentasse questo travestimento della mia scuola, ne apprezzavo però la novità e il movimento che generava, e anche la circostanza che il lunedì sarebbe stato giorno di vacanza e quindi potevo giocare con i soldatini con i miei compagni. Ricordo bene, però, che babbo mi diceva che solo trent’anni prima tutto questo non c’era. Era una conquista della repubblica e della democrazia. E che una volta le donne non potevano votare. E che votare era una cosa importante, forse la più importante per un cittadino che doveva essere però onesto e lavoratore.

***

C’è un masso enorme nel nostro Paese che ostacola la partecipazione degli immigrati e, ancor prima, dei loro figli allo “sviluppo della vita nazionale”, base per la costruzione di una comunità civile e politica. La questione delle regole per riconoscere la cittadinanza agli stranieri, infatti, pesa come un macigno sul presente. Ancor più sul futuro. L’acquisizione della nazionalità, quando non avvenga per ius sanguinis, “è un percorso a ostacoli”, ha scritto recentamente Maurizio Ferrera. Poco importa essere nati nel nostro territorio (ius soli), così come non interessa che si condivida la medesima cultura (ius scholae). Il processo di naturalizzazione è da rivedere profondamente, perché anacronistico, distante dalle politiche degli altri paesi europei e, soprattutto, serio ostacolo per lo sviluppo. Gli appelli ripetuti del Presidente della Repubblica dovrebbero far vibrare la coscienza di tutti, cominciando da quella della politica e tramutarsi in azioni responsabili che stentano però a prendere forma, ostacolata da pregiudizi e interessi. Occorrono nuovi criteri per il riconoscimento della cittadinanza, ma soprattutto è scandalosa la situazione di quelle centinaia di migliaia di bambini figli d’immigrati che sono nati nel nostro Paese, frequentano le nostre scuole, parlano la nostra lingua e i nostri dialetti ma non sono cives, né i loro genitori. E’ veramente “una follia che i figli di immigrati nati in Italia non siano cittadini”, ha detto Giorgio Napolitano.

***

Quanti bambini figli d’immigrati oggi e domani non accompagneranno i loro genitori a votare? E domanderanno perché quella scuola che li accoglie tutte le mattine, oggi e domani restino chiuse per i loro genitori. Che risposta abbiamo? Che risposta abbiamo anche nei riguardi dei nostri figli e nipoti? Il pregiudizio verso l’altro, il diverso, lo straniero è ancora molto forte, ma questo macigno va tolto e in fretta, perché è pietra d’inciampo per noi tutti e per il Paese. C’è il rischio, poi, che trascini con sé anche ogni programma di crescita. Questa, anche a volerla ridurre al significato assai angusto di sviluppo economico chiuso nei suoi miopi indicatori, passa per l’energia di tutte le persone, la passione civile di chi abita il territorio, la motivazione e progettualità di chi vuol lasciare ai figli una società migliore e più giusta, il lavoro come espressione di creatività e servizio. La crescita guarda al futuro e richiede sostenibilità. Come si può pensare seriamente, anche con le sole lenti economiche, allo sviluppo senza che si spalanchino le porte a politiche inclusive?

pubblicato in DiscussioniEllePi della Fondazione Lavoroperlapersona

Lacrime, imprese e leadership

ImmagineLa scienza ci regala qualche spunto per essere più ottimisti in questo periodo buio. Se ne parla molto, ma la ricerca del bene comune – inteso non come somma dei tornaconti individuali ma come piattaforma e al tempo stesso meta del vivere dell’umanità – non sembra offrirci grandi testimonianze. Quantomeno la cronaca non riesce a scovarle per farle diventare notizia. L’individualismo regna sovrano nella politica e negli affari. La prima è molto concentrata sul da farsi oggi (hic et nunc) e nel demonizzare gli avversari, i secondi si muovono sballottati tra i duri colpi di una crisi economica drammatica e gli scandali di capitani d’industria e manager. Il tornaconto personale sembra costituire, così, l’unica metrica che guida comportamenti pubblici e privati. Possibile che non si tocchi mai il fondo, ci si domanda. Lo stato d’animo dei cittadini è a terra. La fiducia verso la politica e le istituzioni ai minimi storici. Però …! In effetti c’è un “però”. Nonostante la realtà, noi uomini siamo nati per cooperare. Abbiamo inscritto nel nostro patrimonio il gene della solidarietà e della ricerca del bene comune, piuttosto che quello dell’egoismo sfrenato. La scienza ci parla da tempo di questa verità. La teoria e gli esperimenti sui neuroni specchio sono ormai noti a tutti. Sappiamo che c’è un intero sistema percettivo che regola le relazioni con chi c’è prossimi. Ora si scopre che anche le lacrime sono il segno di questa predisposizione sociale. Michael Trimble[1], professore di neurologia comportamentale a Londra, ci spiega infatti che le lacrime sono un vero e proprio linguaggio e servono per rafforzare l’empatia tra gli individui, i legami del gruppo e per comunicare con le persone vicine[2]. Con buona pace di Cartesio, che distingueva nettamente tra ciò che è mentale (res cogitans) e ciò che è fisico (res extensa) fondando così l’incomunicabilità tra mente (anima) e corpo (emozioni), le scoperte della scienza mostrano invece che ci sono profondi legami tra l’uno e l’altro. Che c’è un’architettura a presidio di questi collegamenti, dotata di strumenti e linguaggi. Piangiamo dunque per fare gruppo, perché questa è la nostra vocazione. Non è vero che gli uomini nascono per condurre una vita solitaria; o che debbano soltanto lottare gli uni contro gli altri per sopravvivere, per evitare che l’altro, il diverso da noi (vicino o lontano che sia, alla fine, cambia poco) possa ferirci. La scienza consolida così – percorrendo la sua strada e con le sue strumentazioni – le ragioni di un’antropologia che fonda l’identità dell’uomo nelle relazioni. Insomma, piaccia o no, noi umani siamo “biologicamente sociali” e lo siamo “sul piano fisiologico-motorio ancor prima che intellettivo”[3]. Dov’è allora il problema? Il problema sta nella cultura che produciamo, perché orienta e incentiva comportamenti individualisti. In qualunque spazio sociale. In famiglia, come a scuola. Nel lavoro e nella politica. Gran parte del benessere che cerchiamo come persone e come società, passa allora per i sistemi educativi e i loro modelli. Sono la sfida decisiva da cogliere con coraggio e innovazione. Se è vero che con la cultura pieghiamo, contro natura, quel tratto costitutivo del nostro essere che prende forma nella socialità e cooperazione, conviene ricominciare da qua. Si spiega così la centralità della famiglia, della scuola, dell’università. Senza dimenticare il sistema di comunicazione e l’informazione. Anche le imprese però sono culture e producono a loro volta cultura[4]. Chi le guida, avendone la leadership, si deve sentire parte responsabile di questo costante processo educativo che guarda al futuro. Le imprese e i suoi leader possono fare molto per costruire fiducia e un vivere comune coerente con le aspettative che abbiamo come uomini, scritte nel nostro patrimonio genetico. Possono essere un luogo straordinario per sperimentare l’umanità.

@gabgab58


[1] Michael R. Trimble, Why Humans Like to Cry. Tragedy, Evolution, and the Brain, Oxford University Press, 2012

[2] Elena Dusi, “Così la scienza svela il segreto delle lacrime”, la Repubblica, 13 gennaio 2013. Si legga anche il commento del The Telegraph a questo indirizzo http://www.telegraph.co.uk/culture/books/bookreviews/9742556/Why-Humans-Like-to-Cry-by-Michael-Trimble-review.html

[3] Maria Grazia Turri, Biologicamente sociali culturalmente individualisti, Mimesis Edizioni, Milano, 2012

[4] Pasquale Gagliardi, Le imprese come culture. Nuove prospettive di analisi organizzativa, Isedi, Torino, 1995

Domande sulla leadership. Una responsabilità più diffusa

Ritornano prepotentemente in questa epoca domande che interrogano l’uomo sul valore e sul senso del lavoro. Ascoltiamo di frequente domande di questa natura. Cosa mi ispira nel lavoro che faccio? Mi soddisfa? Avrei voluto fare altro? Quello che faccio serve a qualcuno? Mi fa stare bene con gli altri o mi provoca disagio? Cambierebbe qualche cosa se avessi un capo diverso? Si potrebbe obiettare, in realtà, che oggi c’è una domanda diversa, quella della ricerca di un lavoro. E’ vero ma con molta probabilità queste domande sarebbero soltanto posticipate. Riprenderebbero vigore non appena entrati nel perimetro di quanti hanno un lavoro, uno dei molti lavori che la frammentazione oggi propone. D’altro canto la rilevanza del lavoro è diventata nel tempo sempre più centrale. Anche troppo, verrebbe da dire. Forse bisognerebbe – nel riservargli comunque un posto in prima fila – farlo accomodare con altri ospiti e valorizzare il resto della compagnia. Queste domande lasciano emergere un disagio che forse deriva proprio da questo posizionamento del lavoro. Mentre ci interroghiamo sul suo valore, però, possiamo anche dargli un senso.
Ma procediamo con ordine in questa riflessione sintetizzandola così: 1. Il lavoro ha assunto nel tempo un valore “fuori misura”; 2. la crisi contemporanea mette a nudo questa visione egemonica del lavoro, identificandone anche i limiti; 3. prima del lavoro c’è la vita di ciascuno e di tutti gli uomini; 4. anche i leader stanno prendendo consapevolezza di questo, con implicazioni nella gestione di imprese e organizzazioni.

Il lavoro fuori misura
Dall’umanesimo abbiamo imparato che l’uomo, con il suo impegno e sacrificio, può creare beni e servizi, arte e bellezza (homo faber). La qualità e utilità dei suoi manufatti rendono più accogliente il mondo e la natura. L’uomo ne è l’artefice. L’Illuminismo ha esasperato questa trama fino a immaginare l’uomo dominus, un padrone assoluto che ha il potere di ridurre l’intera realtà sotto il suo dominio. Gli straordinari risultati delle scoperte scientifiche e tecnologiche, dall’età dei Lumi sino a oggi, hanno alimentato talvolta questa deriva improntata alla volontà di potenza nietzchiana. Insomma, la scienza e la tecnica sopra tutto.

Tavola 1 – Il valore del lavoro nel tempo

Con l’organizzazione del lavoro moderna abbiamo compreso, poi, che questa stessa capacità produttiva dell’uomo poteva essere analizzata, scomposta, oggettivizzata e resa quindi strumento dell’economia e della produzione. Il management scientifico, infatti, sottopone a disciplina il lavoro, lo dirige e lo inquadra; lo riduce a strumento a servizio della dittatura dell’economia e dei suoi prodotti. Nelle pieghe di questa evoluzione il lavoro assomiglia così sempre più a una merce, non differentemente dal suo produttore (l’uomo) che rischia di appiattirsi a consumatore dei beni che realizza. E’ una insidiosa trasformazione che porta a pensare che senza lavoro non si può vivere, non tanto perché saremmo sprovvisti dei mezzi necessari per la sopravvivenza o perché non avremmo una risorsa fondamentale per esprimere noi stessi nella relazione con gli altri, piuttosto perché il lavoro diventa strumento di accesso alla nuova cittadinanza nella società dei consumi e mercificata. In questo senso il lavoro assume un valore assoluto, diventa ipertrofico, eccessivo, totalizzante (Totaro, 1999).

E la mia vita?
Ogni epoca, però, ha i suoi fermenti. Tra la caduta delle ideologie della fine del secolo scorso e la crisi di questa prima parte del nuovo millennio si fanno avanti nuove questioni. Anche se il lavoro (e la sua carenza) occupa un posto rilevante nelle agende delle istituzioni, della politica, dei cittadini e delle famiglie, la sua funzione egemonica sta subendo molti colpi. Una nuova dialettica tra tempo di lavoro e tempo libero sta picconando, per esempio, le mura dell’equazione lavoro = identità. L’uomo ri-scopre che il lavoro è una dimensione importante della vita, ma che quest’ultima lo supera e va oltre, rivendicando il diritto a ricercare la sua realizzazione più piena. La persona si fa avanti così, nelle dimensioni inestricabili di razionalità, emozioni e corpo, sgomitando per farsi spazio sia nella società sia nei luoghi di lavoro. La parte più avveduta della cultura manageriale, in questa prospettiva, sta riscrivendo le relazioni persona-organizzazione all’insegna di una maggiore reciprocità. Pluralità, atteggiamenti e orientamenti, preferenze, talenti e punti di forza sono soltanto alcune parole di questo linguaggio che rende esplicita la rottura del monopolio del lavoro così come costruito nel tempo. Per competere in questa economia, del resto, alle imprese e alle organizzazioni occorrono persone motivate a lasciarsi ingaggiare in progetti sfidanti. Molti dei trade-off su cui si è costruito il vecchio equilibrio non reggono più; vanno ripensati in una prospettiva al plurale e con i colori della diversità. Si aggiungono così nuove domande: i contenuti del mio lavoro aiutano a realizzarmi? ll mio impegno si concilia con gli altri interessi che ho nel privato e nel sociale? Quando, per me, una persona è di successo? Sono disponibile per la carriera a rinunciare alle relazioni che ho? Che valore ha il mio lavoro per gli altri? E per quelli che verranno dopo?

Che responsabilità ho?
I cambiamenti in atto hanno implicazioni rilevanti così anche sulla leadership che, mentre si interroga sul perché del lavoro (Ulrich, Ulrich, 2012), diventa sempre più multidimensionale ampliandosi nei contenuti.

Fig. 1 – Leadership multidimensionale

 

Alle dimensioni della leadership maggiormente esplorate, come quelle della team leadership o della guida di imprese e organizzazioni nella loro interezza, si aggiungono aree di impegno che ne accrescono valore e complessità.

Tavola 2 – Senso e leadership

I leader sono più consapevoli che per ispirare e guidare gli altri occorre innanzi tutto essere “leader dentro” e presenti a se stessi (Ghetti, Appolloni, Bergamo, 2009). La mindfulness (Siegel, 2009) è la nuova frontiera di questa capacità che richiede di sapersi “disconnettere” dalle distrazioni e dagli automatismi cui un modello insano di sviluppo ci ha abituato. Come si può essere sintonizzati con gli altri se prima non lo siamo con noi stessi? Ci dobbiamo rispetto. Come potremmo essere leader efficaci e rispettosi degli altri senza esserlo prima nei nostri confronti? Ci sono però anche altre dimensioni che diventano rilevanti, come quella che interroga il leader sulle finalità dell’organizzazione per cui lavora domandandogli se recepiscono anche la pluralità delle istanze di sostenibilità che provengono dalla società, dalla economia, dai valori che lo ispirano. E’ una leadership multidimensionale che include nuove prospettive e anche per questo più decentrata e diffusa. Una leadership che chiama in causa molti, forse tutti, ciascuno di noi.
E’ tempo per riscrivere le premesse filosofiche, antropologiche ed economiche che sono state poste alla base del valore del lavoro. C’è da fare un po’ di ordine, cominciando con il mettere il lavoro a servizio della persona e della vita. E’ un esercizio complesso a cui non possono sottrarsi istituzioni e organizzazioni, imprese e manager.

 

Riferimenti

Totaro F., Non di solo lavoro, Vita e Pensiero, Milano, 1999
Ghetti M., Appolloni I., Bergamo F., Leader dentro, Luiss University Press, Roma, 2009
Singer D. J., Mindfulness e cervello, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2012
Ulrich D., Ulrich W., Il perchè del lavoro, FrancoAngeli, Milano, 2012